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Meyer-Schuppe, Festival Scelsi, 2006 (…) Svizzera una, Marianne Schuppe, mezzosoprano e svizzera italianizzata l’altra, Sabina Meyer, soprano. Nel ciclo Hô, cinque vocalizzi per voce femminile, (…) deliziosa la logica non-logica del disegno melodico. L’atmosfera è da ricerca dell’archetipo musicale. In scena c’è Sabina Meyer. Fantastica. La purezza dell’emissione ha ormai raggiunto livelli assoluti, e con essa un rilassato virtuosismo. La seduttività del timbro e di certe inflessioni calde è fortissimo. Rischia, semmai l’interpretazione troppo “pulita” rispetto ad una presunta esigenza di Scelsi di dare carattere rituale al lavoro. Ma Sabina sa quel che fa: punta sulla bellezza del suono e ne lascia trasparire la corporeità, che non vuol dire visceralità a tutti i costi, ma grazia sensuale. E poi riesce in un gioco diabolico sapiente: usa i modi del canto di scuola per rendere il tutto meno esoterico, più felicemente astratto, insomma più moderno, più attuale. (…) La chiusura è un improvvisazione del duo Meyer-Schuppe. Sabina, una nenia ampia piena di vibrati. Marianne: in contrappunto con un parlato melodico. Le parti si invertono, melodie (“canzoni” incredibili) e recitativi si intrecciano. Viene approntato un finale sottovoce di sprechgesang indisciplinato e leggero. Splendidamente leggero. Scelsi se lo sognava. [Mario Gamba, il manifesto, gennaio 2006] |